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sabato 25 maggio 2013

Il beato don Pino Puglisi e la vera sequela di Cristo

Sabato 25 maggio 2013, mentre il “prete anti-mafia” don Luigi Ciotti si esibiva a Genova nel corso della tristissima “assise” (chiamiamola così, va là…) che tutti sappiamo, dall’altra parte d’Italia, a Palermo, veniva celebrata la Santa Messa di beatificazione di Padre Giuseppe “Pino” Puglisi, martire cristiano ucciso il 15 settembre 1993 in odium fidei da sicari mafiosi. E mai coincidenza fu più significativa, mai contrasto fu più evidente.


Padre Pino Puglisi (“3P”, come lo chiamavano affettuosamente i suoi ragazzi), non era certo uno di quei “cristiani da salotto” giustamente stigmatizzati da papa Francesco. Non era un teologo che passa da una cattedra all’altra e pubblica libri di contenuto elevatissimo senza però mai scendere al piano della realtà. Non era nemmeno un patito dei “pizzi e merletti” assorbito da questioni liturgiche e niente altro. Non era uno di quei farisei che tuonano dal pulpito contro i peccati del volgo, condannando tutti senza misericordia. Non aveva, insomma, nulla del tipo antropologico che il mainstream associa alla Chiesa “chiusa”, “retrograda”, “fuori dal mondo” e palle varie. Padre Puglisi era, al contrario, un tipico figlio della stagione post-conciliare: uno di quei sacerdoti iperattivi nel sociale, pare grande ammiratore di Karl Rahner.

Parroco a partire dal 29 settembre 1990 di San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, si scontrò subito contro la difficile realtà di un territorio infeudato ai fratelli Graviano, i capi-mafia legati al clan di Leoluca Bagarella, un quartiere in cui il destino di gran parte dei giovani era di finire a fare gli spacciatori o i ladruncoli, inseguendo il “sogno” di finire reclutati da Cosa Nostra. In questo contesto, “3P”, si rese subito pericolosissimo: col suo carisma, con il suo straordinario talento di educatore, riusciva a sottrarre alla Mafia ogni fascino, spingendo sempre più giovani sulla via di una vita onesta. Dal pulpito sfidava apertamente i boss, rivolgendosi direttamente ai mafiosi. Freddato.

Eppure, Padre Puglisi aveva anche altre “particolarità”, che lo rendevano lontano anni luce da “quegli altri” lassù a Genova. Lui non era un “prete anti-mafia”: era un prete, punto e basta. Non era uno di quelli che, fra Costituzione, Resistenza e “legalità”, finiscono per non nominare nemmeno una volta Gesù Cristo. Tutt’altro: "Tutti quanti, secondo l'espressione di un teologo siciliano, padre Consoli, siamo come l'unico volto del Cristo. Pensiamo a quel ritratto di Gesù raffigurato nel duomo di Monreale: ciascuno di noi è come una tessera di questo grande mosaico. Quindi tutti quanti dobbiamo capire qual è il nostro posto e dobbiamo aiutare gli altri a capire qual è il proprio, perché si formi l'unico volto del Cristo, splendente nella Gloria". Il segreto di don Puglisi stava qui: il suo impegno contro la Mafia era un riflesso della sua grandissima fede in Nostro Signore Gesù Cristo. La sua avversione a Cosa Nostra nasceva dalla consapevolezza di quest’ultima allontanasse i ragazzi dalla realizzazione del disegno che Dio aveva fatto delle loro vite. Don Puglisi combatteva la Mafia perchè era la negazione del Vangelo ed uccidendolo la Mafia volle colpire, in lui, quella Buona Novella che le stava dando tanto filo da torcere.

E non è un caso che, a fronte di certi preti che prendono un sedicente “stare con gli ultimi” come pretesto per ergersi ad antipapi e sviluppare un magistero personalizzato, Padre Puglisi, che con gli ultimi ci stava davvero, al Magistero di Santa Romana Chiesa fu sempre fedele senza tentennamenti, ed il primo a piangerne la morte fu proprio il Beato Giovanni Paolo II, che pubblicamente lo indicò come sacerdote esemplare. Non è un caso neppure che, a fronte di preti sedicenti “scomodi” che vivono e muoiono ad età veneranda fra gli applausi e l’attenzione delle telecamere, la notizia dell’esistenza di “3P”, caduto nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno in un agguato mafioso, raggiunse i più con quella della sua morte, ed a seguire il suo feretro non ci fossero altri che i suoi parrocchiani addolorati.

Ma per un santo, quale egli fu, sono dettagli: "Venti, sessanta, cento anni...la vita. A che serve se sbagliamo direzione? Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo Amore che salva. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo"