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sabato 12 gennaio 2013

Lo studio: mi piace, è utile o ... ?

Se la materia in questione non è "bella o mi piace" o "utile" non resta che studiarla per forza, e su questo mi pare che ne siamo convinti. Talmente convinti che non ci proviamo neanche a pensare a un lieto fine, ed proprio il caso di dirlo.
È possibile dare un senso nuovo a questa "pratica" così odiata dalla maggioranza degli studenti (e non solo)?
Le risposte di senso che ci vengono date, volendo sintetizzare, sono legate a una concezione economica di produttività lavorativa e a una sorta di gratificazione personale, di qualcosa che fa bene a me (es. la matematica che ti allena il cervello). Quindi: materia "utile" (ti servirà per il futuro) e materia che "mi piace" (gusto personale).
Ah, quasi dimenticavo: provate a chiedere a uno studente/essa cosa si ricorda dopo neanche un mese giorno dall'esame di maturità! Quindi anche la motivazione "studio per il lavoro" non regge molto..
Possibile non ci sia un diverso modo di vedere, e vivere, lo studio? Certo che c'è! Non ho la pretesa di essere esauriente ma semplicemente di offrire qualche spunto.

  • Premessa: ho fatto questo articolo perché penso che dal modo che studiamo derivi anche il modo in cui preghiamo, e quindi il modo in cui viviamo. Ovviamente con tutte le eccezioni che ognuno può fare pensando a se. Quindi lo studio è questione di vita... o di morte!
  • Attenzione: quelle che seguono sono parole molto radicali, per cui non pretendete di comprendere tutto.

Mi farò aiutare su degli incontri di catechismo per le superiori, basati sul libro "Attesa di Dio" di Simone Weil.

[...] Il vero obiettivo e l'interesse pressoché unico degli studi è quelo di formare la facoltà dell'attenzione, anche se oggi pare lo si ignori. La maggior parte degli esercizi scolastici hanno anche un certo interesse intrinseco, ma è un interesse secondario. Tutti gli esercizi che esigono davvero il potere d'attenzione sono interessanti a pari titolo a in misura quasi uguale.

[...] Il fatto di non possedere né il dono né l'inclinazione naturale per la geometria non impedisce che la ricerca della soluzione di un problema o lo studio di una dimostrazione sviluppi attenzione. Anzi, è quasi il contrario. È quasi una circostanza favorevole. E poco importa che si trovi la soluzione o si affermi la dimostrazione, purché ci si sforzi davvero per riuscirvi.

Infatti mai, in nessun modo, un autentico sforzo d'attenzione viene disperso [...]. Se con vera attenzione si cerca di risolvere un problema di geometria e in capo a un'ora si è al punto di partenza, in ogni minuto di quell'ora si è comunque compiuto un progresso in un'altra dimensione più misteriosa.
Senza che lo si avverta o lo si sappia, quello sforzo in apparenza sterile e infruttuoso ha portato più luce nell'anima.
Un giorno se ne ritroverà il frutto nella preghiera e forse lo si ritroverà anche in un qualsiasi ambito dell'intelligenza, magari del tutto estraneo alla matematica. [...]
Quand'anche gli sforzi d'attenzione rimanessero per anni apparentemente sterili, verrà il giorno in cui una luce a essi esattamente proporzionale inonderà l'anima.

Ogni sforzo aggiunge un poco d'oro a quel tesoro che nulla al mondo potrà carpire.

[...] Occorre dunque studiare senza alcun desiderio di prendere un buon voto, di passare gli esami o di ottenere un qualsivoglia risultato scolastico, senza alcun riguardo per i gusti e le attitudini naturali; applicandosi in pari misura a ogni esercizio, considerando che tutti servono a formare quell'attenzione che è la sostanza della preghiera. [...]

Riporre negli studi questa sola intenzione escludendone ogni altra è la prima condizione per il loro buon uso spirituale.

La seconda condizione è quella di impegnarsi rigorosamente a fissare, a contemplare con attenzione, a lungo, ogni esercizio scolastico sbagliato, in tutta la bruttezza della sua mediocrità, senza cercare scuse, senza trascurare alcun errore né alcuna correzione del professore, e cercando di risalire all'origine di ogni sbaglio.
Davanti a un esercizio che è stato corretto, se è fatto male, è forte la tentazione di fare il contrario, di gettarvi un'occhiata e di metterlo da parte immediatamente.
Quasi tutti fanno quasi sempre così. Una simile tentazione va respinta. Aggiungo per inciso che non vi è nulla di più necessario alla buona riuscita negli studi, perché se ci si rifiuta di prestare attenzione agli errori commessi e alle correzioni dei professori, si lavora, nonostante tutti gli sforzi, senza progredire molto.

[...] Perché si presti realmente attenzione, bisogna sapere in quale modo procedere. Molto spesso l'attenzione viene confusa con una sorta di sforzo muscolare. Quando si dice agli allievi: "Ora state attenti", li si vede corrugare le sopracciglia, trattenere il respiro, contrarre i muscoli.
Se qualche istante dopo si domanda loro a che cosa siano stati attenti, non sono in grado di di rispondere. Non hanno fatto attenzione ad alcunché. Non hanno fatto attenzione. [...]

La volontà, quella che, se occorre, fa stringere i denti e sopportare la sofferenza, è lo strumento principale dell'apprendista nel lavoro manuale. Ma contrariamente all'opinione comune, nello studio è quasi irrilevante.

L'intelligenza può essere guidata soltanto dal desiderio. E perché ci sia desiderio, devono esserci piacere e gioia. L'intelligenza cresce e porta frutti solo nella gioia.
La gioia di apprendere è indispensabile agli studi come la respirazione ai corridori. Dove è assente non ci sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere. [...]
L'attenzione è uno sforzo, forse il più grande degli sforzi, ma è uno sforzo negativo. Di per sé non comporta fatica, Quando questa si fa sentire, l'attenzione non è quasi più possibile. [...]

L'attenzione è distaccarsi da sé e rientrare in se stessi, così come si inspira e si espira. Venti minuto di attenzione intensa e senza fatica valgono infinitamente più di tre ore d'applicazione con la fronte corrugata, che fanno dire, con la sensazione di aver fatto il proprio dovere: "Ho lavorato sodo". Ma, al di là delle apparenze, è molto più difficile. [...]
E soprattutto il pensiero deve essere vuoto, in attesa, non deve cercare alcunché, ma essere pronto ad accogliere nella sua nuda verità l'oggetto che sta per penetrarvi.

[...] Chiunque attraversi gli anni di studio senza sviluppare in sé una simile attenzione ha perso un grande tesoro.

Tratto da Simone Weil, Attesa di Dio