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domenica 15 aprile 2012

Alessandro D'Avenia alla Festa dei Giovani 2012


Festa dei Giovani 2012 a Jesolo. Organizzata dal Movimento Giovanile Salesiano del Triveneto. Uno degli ospiti d'eccezione è Alessandro D'Avenia: autore di "Bianca come il latte, rossa come il sangue" e "Cose che nessuno sa". Il tema della festa è "Io do la mia vita". Slogan che accompagnerà l'ispettoria salesiana del triveneto in questo 2012. Qui trovate il testo del suo intervento.

Dopo l'intro del messaggio c'è il video dell'intervento, che vi consiglio vivamente al posto del testo che potrà magari tornarvi utile dopo la visione del video per riprendere alcuni passaggi, copiarli e farci quello che volete.
Il testo è stata trascritto da me, per cui se notate errori o volete suggerirmi correzioni contattatemi pure (commento all'articolo o dal menu Contattami).


Discorso di Alessandro D'Avenia di fronte ai settemila giovani della FdG 2012.
Quando avevo 16 anni, una sera son tornato a casa e cercavo come tutti voi una scusa per non fare i compiti. E la miglior scusa è la televisione! O almeno, ai miei tempi era la televisione.
Ho acceso e c'era un film, in cui un insegnante faceva lezione: quel film era "L'attimo fuggente". Quella sera ho deciso che sarei diventato insegnante. Però come capite bene, pensare a 16 anni di diventare insegnanti, è un po' un sogno da "sfortunati": voi usereste un altro termine che inizia sempre per "sf". E mai avrei pensato, oggi, di parlare a 6000 ragazzi.
Allora forse la vostra è l'età giusta per cominciare a sognare un sogno, le cui proporzioni non sono chiare e magari voi avete quel piccolo sogno di fare lezione a venti ragazzi e poi ne avete di fronte seimila... [applauso]




C'è una bambina, siamo alle elementari; questa bambina è una bambina di quelle che fanno fatica a concentrarsi: durante le lezioni è sempre distratta. Le maestre non sanno più che fare, c'è solo una lezione in cui questa bambina è a suo agio: la lezione di disegno. La vedi lì intenta con i colori a disegnare, il mondo attorno a lei sparisce: c'è solo quel foglio di carta e i suoi colori.
Allora un giorno durante la lezione di disegno,
(che bello: vedete il potere delle storie? Se io adesso mi fermassi e me ne andassi voi direste: nooo dai! Finisci almeno il racconto. Noi abbiamo bisogno di storie. Ciascuno di noi ha bisogno di raccontare la propria storia a qualcuno. Ma c'è qualcuno a cui raccontare la nostra storia? Lì fuori c'è qualcuno?)
Torniamo alla bambina. La maestra si avvicina e le chiede: "cosa stai facendo?".
E la bambina senza distogliere lo sguardo dal foglio dice "sto facendo un ritratto a Dio".
La maestra: "Come un ritratto a Dio? Nessuno lo ha mai visto Dio".
La bambina continua a disegnare e risponde alla maestra: "fra pochi minuti lo vedrete".

Quando ho sentito raccontare questa storia da una maestra ho capito una cosa, ciascuno di noi fin da piccolo sa benissimo che della sua vita deve fare un ritratto di Dio. E non lo deve fare inventando qualcosa di strano, lo deve fare esattamente con le cose che sa fare!
Quella bambina ama disegnare e farà il ritratto di Dio che nessuno è mai riuscito a fare, ma lei bambina di sette anni lo sa: con i suoi colori, con la sua carta bianca...

Allora ragazzi partiamo da questa idea qui: noi siamo su questa terra per fare il ritratto a Dio. La gente nel vedervi deve vedere il volto di Dio, ma per fare questo non bisogna fare cose strane. Bisogna raccontare la propria storia, perché quella bambina distratta pensata come una bambina che non sa fare, non è una brava studentessa ecc. Ci riesce con quello che sa fare, e fa il ritratto a Dio.

C'è un proverbio ebraico che amo molto: Dio ha creato l'uomo per sentirgli raccontare storie. Allora la prima domanda che io vi faccio e vorrei vi portaste dentro: "Tu (metti il tuo nome) che storia sei venuto a raccontare?". Tu che storia sei venuto raccontare?
E quando la mattina ti svegli e ti guardi allo specchio, e alla vostra età lo specchio è la forma più crudele di verità perché entri dentro quel bagno e già c'è la grande tragedia della sveglia. Suona la sveglia e siamo costretti a venire alla luce, e ogni volta che veniamo alla luce ci facciamo un pianto. La prima volta che siamo venuti alla luce ci siamo fatti un bel pianto, poi mamma ci ha portato alla mammella e abbiamo cominciato a succhiare e abbiamo detto "Mmm.. [risate] Tutto sommato si può fare!".
E allora questo venire alla luce continuo e continuo... Succede tutte le mattine! E alla vostra età si viene alla luce in una maniera nuovissima: non sono più papà e mamma che mi dicono cosa devo fare. Io ho un nipotino di due anni che quando per terra, prima di decidere se si è fatto male o no, se piangere o ridere, guarda la mamma e il papà sono tranquilli lui sorride. Se loro gli dicono preoccupati "ma cosa ti sei fatto!?!", lui scoppia a piangere. Pensate i bambini, cioè il fatto che lui provi dolori dipende da come papà e mamma lo stanno guardando!
Allora non sarà che noi per raccontare la nostra storia abbiamo bisogno di un paio di occhi che ci sappiano guardare anche nelle nostre fragilità? E per un ragazzo della vostra età questo venire di nuovo alla luce finalmente ha messo da parte papà e mamma. Tanto che fino a qualche tempo fa tornavate a casa e spontaneamente raccontavate tutto quello che avevate fatto a scuola. Stasera voi tornerete a casa, mamma sta cucinando e vi chiede "che hai fatto?". Rispondete in coro [tutti]: "Niente!". Siete in piena adolescenza! [applauso].
Quel niente è la vostra benedizione! Perché vuol dire che finalmente vi siete messi alla ricerca di quella parte più interiore, più interna, che finalmente vuole venire alla luce e non si fa più dire da papà e mamma come venire alla luce. Vuole farsi carico della propria libertà!
Allora quando tu chiedi a un ragazzo, senti ma tu che storia sei venuto a raccontare? Viene una specie di vuoto qui, a questa altezza [indica la pancia]. Perché la libertà non è qualcosa che sta li fuori, sta li all'altezza della pancia; e tu lo senti quando ti prende. E allora sei li davanti allo specchio che vorresti quasi mettere le mani dentro la specchio per modellare la faccia che hai e adattarla alla storia che vuoi raccontare. Ma purtroppo ti è capitata quella faccia!
Lui annuisce disperato.. [indica un ragazzo del pubblico] Eh oh! Capita! [risatine]
Ma la cosa bella è proprio questo: è avere quella faccia! E allora tu cominci a modellare quella faccia: ti fai la cresta, ti fai il piercing.. Io quando una mia alunna o un mio alunno entra in classe, capelli verdi dico: oooh finalmente ci siamo, stiamo cominciando a fare sul serio. Perché vuol dire che è iniziata quella ricerca che prima era li un po' lì buonini buonini, faccio quello che dice la mamma e il papà e invece questa libertà che emerge da dentro. Io sono venuto a raccontare qualcosa di unico, di irripetibile.


E vado alla ricerca di qualcuno a qui raccontarlo.

Infatti ti svegli la mattina, ti guardi allo specchio e 50% pensano: "Oh! Meno male che c'è lei! Che c'è lui!" L'altra metà dice "speriamo oggi di trovare lei, o lui!

Quella ricerca di quel "tu" a cui poter raccontare la mia storia, è quel "tu" che ci salva. È quel tu che abbiamo imparato a dire da bambini prima ancora di dire "io", avete imparato a dire mamma e papà prima di imparare a dire il vostro nome. Noi impariamo "tu", prima di "io". E finalmente andiamo a cercare li fuori qualcuno a cui poter raccontare la nostra storia, nella parte anche più fragile.
Cioè, noi vogliamo sapere di essere amati, non per quello che sappiamo fare, per quello che abbiamo, per come appariamo ma per come siamo in profondità.
Tanto che una delle prima cose che fanno due che si innamorano è che cominciano a raccontarsi l'un l'altro. Consegniamo il nostro cuore ad un'altra persona con tutti i rischi che questo comporta.
Il motto di quest'anno "Io do la mia vita", non è una specie che viene dall'esterno e dice "ah si, il don mi ha detto che io devo dare la vita! Ma che noia... Ma chi me lo fa fare!"
Dare la vita è proprio radicalmente una cosa che c'abbiamo dentro di noi, perché noi quando ci vogliamo innamorare, quando vogliamo essere amati, quello che vogliamo fare è mettere la vita nelle mani di qualcun altro.
Io me lo ricordo ancora, primo giorno della quarta ginnasio. Miriam... [risatine] Miriam...
E così per tutto il primo mese, a ripetere questo nome con il migliore amico che mi diceva "e dai, provaci.. Dai dai, forza forza!". C'è quell'estasi, quell'uscire fuori di se per cui tu veramente vorresti che la tua vita fosse guardata da quegli occhi. E quella tua vita guardata da quegli occhi diventa improvvisamente sensata e bella. È vero che vogliamo tutti questo?

Infatti la prima cosa che vogliamo dalla persona di cui ci innamoriamo è la totale sincerità! Sapete, i romani (faccio un po' il professorino) quando dovevano restaurare le statue che si crepavano a causa del tempo mettevano nelle crepe della cera. Così che non si vedessero le ferite della statua. Le statue particolarmente preziose non venivano riparate perché avevano un valore anche con quelle crepe, infatti erano statue "sine cera", sincere.
Noi quando ci lasciamo amare da qualcuno facciamo vedere le crepe. Allora ragazzi, siamo immersi in una cultura in cui non si può essere meno che perfetti. Invece la nostra unicità passa molto di più da quello che non abbiamo rispetto a quello che abbiamo.

Allora: c'è li fuori qualcuno che è capace di dirmi "ti amo" con tanto di crepe che mi porto addosso? Questo cerchiamo. E a questo interlocutore noi vogliamo dare la vita! Non ce l'ha spiegato nessuno: è qualcosa di talmente radicale che è simile allo sbocciare di una rosa che dispone i propri petali secondo la sezione aure di un segmento, ogni rosa fa questo. Ogni mattina l'alba torna. Ogni anno la primavera torna. C'è una bellezza nella realtà inesorabile, inarrestabile. Che opera costantemente. Solo che noi non la vediamo più, abbiamo sempre a che fare con le cose fatte dagli uomini. E invece questa bellezza inarrestabile va avanti e questa bellezza ce l'avete dentro.
C'è un passaggio bellissimo del "Cantico dei Cantici" in cui l'innamorato che sta corteggiando l'innamorata ad un certo punto le dice: "tu sei tutta bella". Quando un ragazzo dice a una ragazza "tu se tutta bella" è veramente innamorato. Attenzione, non si sta riferendo solo a un discorso di forme e superfici, anche quello ci sta eh! Il "tutta" è in ogni tempo, passato presente futuro.
C'è qualcuno li fuori che mi sappia dire "tu sei tutta bella" "tutto bello", sempre, comunque. Perché se c'è io gli do la vita. Perché mi conviene! Così come volevo che quel "tu" di cui sono alla ricerca diventasse il mio interlocutore perché io diventassi io. A volte questo ci risulta difficile.
Vi racconto un'altra storia.

C'è un bambino alle elementare che si comporta malissimo: fa i dispetti ai propri compagni, dice parolacce ai professori e ad un certo punto ruba delle cose e decidono di espellerlo dalla scuola. Plotone di esecuzione degli insegnanti che lo accompagnano all'uscita. Questo è un bambino orfano, abbandonato. Una maestra mentre lui esce scoppia in lacrime, allora lui si ferma, torna indietro, la abbraccia, e gli dice: "da ora in poi mi comporterò bene". La maestra gli chiede: "perché?". Perché nessuno aveva mai pianto sulla mia vita.
Allora io quello che vi suggerisco è questo: cercatevi quegli interlocutori che sappiano piangere sulla vostra vita, quegli occhi che vi sappiano dire "tu sei tutto bello" "tu sei tutta bella".

Io ho avuto la fortuna di avere occhi così durante il periodo dei 15/16/17 anni. E vi racconto solo di tre persone che sono state questi occhi per me.
- I primi sono i miei genitori: 46 anni di matrimonio, sei figli, quindi una vita spesa per noi, che si amano tuttora come allora. Qualche tempo fa c'era la presentazione di uno dei miei libri a Milano e si sono presentati a sorpresa: fra il pubblico vedo due che assomigliano ai miei genitori... Perché erano loro! E loro mi hanno amato così tanto quando sono stato bambino e adolescente, che mi hanno aiutato a costruire dentro di me questa forza, questo essere tutto bello. Ma non perché sono bravo a fare le cose, ma perché sono stato amato profondamente. A percepire la mia vita come unica, come la rosa che esplode e da tutto il meglio di se.
- Il secondo. Il mio professore di lettere, che mi prestava i suoi libri preferiti. Mi confidava il suo segreto di professore. "Alessandro, questo è il mio libro di poesie preferito, te lo presto, me lo restituisci fra due settimane". E io che come tutti gli studenti studiavo una volta si e una volta no, in tre settimane mi leggevo tutto quel libro.
- Terza persona. Padre Giuseppe Puglisi, professore di religione del mio liceo. Un uomo che aveva fatto il ritratto di Dio con il suo corpo. E che un giorno, forse qualcuno la storia non la conosce, al quarto anno di liceo (l'anno prossimo sono vent'anni) non è tornato in classe: perché gli avevano sparato nel quartiere dove portava i suoi ragazzi a fare volontariato. Sapete come è stato ammazzato, è stato ammazzato da un sicario, un ragazzo, che cinque anni dopo si è pentito e ha cominciato a collaborare con la giustizia. Sapete cosa ha detto nell'interrogatorio questo assassino? Ha detto: "in questi cinque anni io non mi sono pentito per il fatto di avere ucciso quell'uomo, ma per la maniera in cui quell'uomo mi ha sorriso quando io stavo per sparargli". Allora voi capite cosa è fare il ritratto di Dio? È dire ad un uomo che ti sta per uccidere: "tu sei tutto bello". È quell'uomo che ha quel sorriso piantato dentro di se e sa che è molto di più di quello che sta facendo.

Questi sguardi, questi ritratti di Dio che io ho ricevuto da persone che facevano semplicemente il loro mestiere. Dei genitori che fanno i genitori, un professore che faceva il professore, un sacerdote che faceva il sacerdote.
Ho ricevuto quella forza che mi costringe ogni giorno, con gioia, a dare la vita.
Allora io vi auguro di costruirvi dentro di voi questo nucleo forte, indistruttibile, che vi porterà in maniera quasi naturale, spontanea, a un debito di riconoscenza e a portare quella unicità che siete venuti a portare agli altri. Ma! Facendo quello che sapete fare.. A me entusiasma che Nostro Signore trenta di trentatré anni a fare tavoli. Ripeto: trenta di trentatré. Cioè, non è che è venuto a farci la lezioncina dal deserto, un personaggio misterioso: "ragazzi, vi siete comportati male, adesso vi spiego io come si fa". Per trentanni ha fatto tavoli, certo: tavoli da Dio!

Capite che non c'è niente della vostra umanità che rimane fuori da quello sguardo: perché ha sudato, ha avuto fame, ha piallato, ha riparato, ha fatto tutto quello che ad uomo è concesso di fare. Per trenta di trentatré anni.
E allora tutto quello che io ho da fare ogni giorno, lì, in quelle cose lì io trovo Dio.
Cioè voi immaginatevi: io trovo Dio nel fare lezione, io trovo Dio nel preparare una lezione, io parlo con Dio mentre scrivo. E quello sguardo che mi guarda in quella maniera di cui vi parlavo prima mi consente di raccontare così la mia storia. Tanto che quando la mia storia finirà e io mi troverò a faccia a faccia con Lui, mi dirà: "ti sei comportato bene?" No, non mi chiederà questo. Mi dirà "Alessandro, sei stato Alessandro?".
Perché il peccato è questo: è non essere se stessi. E lo chiederà a ciascuno di voi, e se avrete raccontato la vostra storia che emerge da dentro di voi, perché in ciascuno di voi ci sono dei talenti che emergono a poco a poco e ci vogliono quegli sguardi che li riconoscano e che li facciano fiorire, sarete in paradiso. Ma perché il paradiso è già cominciato! Noi ci facciamo questa idea che inferno, paradiso e purgatorio sono cose che vengono dopo, sono già adesso. Uno lo può dire "la mia vita è un paradiso", "la mia vita è un inferno": lo diciamo no?

Finisco, che mi sa che mi sono già dilungato troppo!

Siete chiamati a essere ritratti di Dio. Ma la cosa più divertente di Dio, è che nel tentativo di fare il suo ritratto attraverso le cose che sai fare, quello che scopri è che il ritratto te l'ha fatto Lui. Tu semplicemente gli hai prestato i colori, e questa è la libertà. Decidere se prestare i colori a Dio o no.

Voi, noi, ciascuno di noi è il sogno di Dio. E quindi se anche quei "tu" che ci andiamo a cercare ci deluderanno c'è un "TU" a cui noi ogni giorno noi possiamo raccontare la nostra storia. E Lui la rimette apposto. La rimette apposto! Tu fai uno schizzo sbagliato sulla tua tela e Lui usa quello schizzo per fare una cosa ancora più bella. E dice: "guarda, adesso ti stupisco! Tu l'hai voluta rovinare? E io faccio una cosa ancora più bella!"
Chiudo con questo: non sono chiacchiere. Sono parole della Scrittura. Geremia, lo racconto sempre, è il mio personaggio della Bibbia preferito. È un ragazzo che ha un difetto: è balbuziente. Ad un certo punto Dio lo chiama e gli dice: "Geremia, Geremia! Ti devo chiedere una cosa. Puoi fare il profeta?". Ah, ah! Cioè scusi, c'è un difettino di fabbrica, ci potevamo pensare prima? A me piace sempre questo senso dell'ironia di Dio. Noi abbiamo sempre questa idea di Dio con la barba lunga, noioso... Invece ha grande ironia: cioè uno che ha inventato la giraffa! Ditemi voi se non è un comico.. Un animale che se beve l'acqua e poi rialza il collo troppo in fretta sviene! Vabbé..
Allora, lo chiama e Geremia dice "ma io sono balbuziente, sono un giovane, non sono capace..", e Dio gli risponde: "Geremia, ma io ti conoscevo che prima che tu entrassi nel grembo di tua madre".

Sostituite il nome Geremia col vostro: "Alessandro, io ti conoscevo prima che tu entrassi nel grembo di tua madre. E tu sei tutto bello: balbuzie compresa. Perché adesso io ti faccio fare il profeta e tu col fatto che balbetti non dimenticherai mai che questo è un dono che ti ho dato io. Tu goditela a farlo. Soffrirai...". Geremia è uno che dovrà soffrire per fare la sua missione, ma è conosciuto da Lui prima di entrare nel grembo. I vostri genitori vi hanno voluto, vi hanno sognato. Ma voi siete voluti e sognati da sempre e per sempre.

Ultimo libro della Sacra Scrittura: Apocalisse. Cosa dice: "A ciascuno di noi quando finirà la nostra vita verrà dato un sassolino bianco con su scritto il nostro vero nome". Allora quella cosa che vi dicevo prima, che ci verrà chiesto "sei stato Alessandro?" non è una battuta, non è una finzione. È che finalmente nel volto di Dio vedremo chi eravamo veramente e tutto il tempo che abbiamo perso perché ci addormentiamo a non essere noi stessi.

E allora qui veramente chiudo: lasciatevi attraversare da quello sguardo e vi assicuro :nella mia vita tutte le volte che sono andato in crisi è bastato rimettersi sotto quello sguardo e poter raccontare di nuovo la mia storia. Ci sono momenti della vita in cui tu questo arazzo che stai facendo con i fili dal retro; sapete come si fanno gli arazzi? Si cuciono da dietro. E tu da dietro vedi una serie di nodi, di cose che non si capiscono, di colori confusi e poi ad un certo punto Dio ti chiama e dice "Alessandro vieni dall'altra parte"... Oh cavolo, stavo facendo quello? Non lo sapevo... Stavo facendo quello? È che Lui già lo vede e ci difende, ci protegge da noi stessi.
Avete una possibilità: come il giovane ricco. A cui ad un certo punto Gesù prima di dire cosa fare nel Vangelo si dice "Guardatolo, lo amò". Guardatolo, lo amò. Gli entra fin dentro il cuore e gli dice: "Tu sei mio". A quel punto tocca a lui decidere, lui se ne andò triste. Di lui non sappiamo neanche il nome, se ci pensate nel Vangelo è riconosciuto come il giovane ricco. È rimasto un senza nome.
Invece chi ha il coraggio, e coraggio ce ne vuole, di dire di Sì riceve un nome. Quel nome è la sua storia, così come dice un poeta spagnolo che amo molto: "Tu mi hai scelto, fu l'amore che scelse. E quando mi hai scelto mi hai liberato dal nulla, dal fatto di non avere un nome.