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giovedì 17 marzo 2011

150° anniversario dell'Unità d'Italia - Un punto di vista storico (vero una volta tanto..)

Presentata l'esposizione per celebrare e raccontare i 150 anni dell'Unità: editori cattolici completamente dimenticati.. Ecco cosa ha detto il curatore dell'esposizione: «Abbiamo dedicato un capitolo al fenomeno dell'editoria religiosa, quanto alla mancanza di editori cattolici dal nostro elenco devo dire onestamente che non ci abbiamo pensato. Ma non siamo anticlericali»
Non fatevi ingannare dalle parole editoria religiosa: vuol dire che all'interno della storia dell'editoria c'è un capitolo dedicato alla storia delle case editrici religiose e neanche necessariamente cattoliche. In fondo l'opinione dei cattolici, praticamenti i quasi protagonisti della nascita dell'Italia (anche come vittime), in una raccolta di libri che raccontano la storia dell'Italia non è così importante.. -.-

La solita... storia insomma. Sentita, risentita e rigirata in tutte le salse: sta Chiesa nella storia non ci deve propprio entrà. Ma a pensar così si fa malafede, allora lascio a Francesco Motto esprimere quella che è esattamente anche la mia opinione e vi invito a leggere l'articolo (è breve e intenso, quindi leggetelo e non fatevi ingannare dal titolo che sembra preludere a qualcosa di noioso) comparso sul Bollettino Salesiano di Marzo 2011: 150 anni di educazione salesiana in Italia.



Ma dai, oggi festeggiamo il fatto che l'Italia è uno stato unito da 150 anni! Allora mi pare un'ottima occasione per andare a spulciare un po' di storia. Attenzione, piccolo disclaimer: la storia come trattata qui provoca fastidio, perché tende ad avere dosaggi di verità e punti di vista decisamente superiori ai testi (con la t minuscola proprio) scolastici di storia ;-)
Dopo i tempi della retorica e del mito del cosiddetto «risorgimento» nazionale, occorre guardare eventi, personaggi e retroscena che concorsero a costruire l'entità del nuovo stato senza quei pesanti condizionamenti che hanno fatto dell'unificazione un fatto indiscutibile, che a parlarne diversamente dalla versione ufficiale sembra di essere quasi eretici.
L’unità di Italia è certamente un valore e pochi la mettono in discussione. Ciò non giustifica, tuttavia, il modo retorico ed ideologico con cui ancora oggi il Risorgimento viene presentato dai mass media e dalle autorità statali (a scuola ad esempio).

E ora un po' di storia
Fonte: Massimo Viglione, "Libera Chiesa in libero Stato"? Il Risorgimento e i cattolici: uno scontro epocale, Città NuovaSpesso si tende a considerare predominante l'elemento dell'imborghesimento della spinta rivoluzionaria che, costantemente respinta dalla popolazione (l'unico caso di reale partecipazione popolare attiva avvenne durante le Cinque Giornate di Milano) avrebbe trionfato nel 1860-61 perché spogliatasi di quei caratteri di estremismo che la rendevano invisa alla maggioranza degli Italiani. Così, dal giacobinismo del 1796-1799, contro cui in tutta Italia si levò la più violenta reazione spontanea che la storia del nostro Paese ricordi, l'Insorgenza, si passò alla cospirazione carbonararo-massonica del 1820-21, al repubblicanesimo mazziniano del 1848, al garibaldinismo del 1860, suscitato e quindi represso dallo stesso Piemonte, che intervenne contro l'avventuriero nizzardo contrapponendogli il più rassicurante "ordine" cavourriano. In questa prospettiva (che oserei definire "militare") la spinta rivoluzionaria giacobina sembrerebbe cedere progressivamente ad una "rivoluzione borghese", fatta dai grandi industriali piemontesi che avrebbero trovato un fido alleato nei latifondisti meridionali, escludendo rivolgimenti sociali epocali e limitandosi a sostituire il Trono e l'Altare con la poltrona e la scrivania della nuova classe dirigente. Da tale punto di vista il Risorgimento appare assai meno eroico e popolare di quanto sia stato usualmente descritto in passato: l'esaltazione si è avuta grazie alla storiografia trasformata - soprattutto per servire alla retorica nazionalista novecentesca - in vera e propria "mitografia". Ma si sa, la storia viene scritta dai vincitori.

Da questo e altri episodi come i tentativi dei fratelli Bandiera ('44) e di Pisacane ('57) si evince l'indifferenza, e forse l'insofferenza, della popolazione italiana nei confronti dei sedicenti "liberatori".
Si può individuare nell'anno 1848 un momento di crisi del dibattito ideologico risorgimentale (roba da borghesia medio alta), ma non dell'ideologia estremista ma bensì nel crollo dell'ipotesi federale giobertiana; ancora rispettosa dei sovrani legittimi e, soprattutto, della Chiesa.

Già, è in questo momento che il "nemico principale" non è più lo "straniero" (del resto appare sempre più evidente che l'intento del Regno di Sardegna, da Carlo Albero in poi, non sia l'Italia unita - o "libera" - ma, più semplicemente, il Grande Piemonte), bensì la Chiesa. E non lo Stato Pontificio in quanto regno temporale, bensì il Papato in quanto espressione universale.

Secondario - e fittizio - il problema austriaco: «L'unico evento della Rivoluzione Italiana che in realtà ha visto una certa partecipazione popolare è senz'altro la Prima Guerra d'Indipendenza. Ma non si può dimenticare che tale limitata (e assolutamente unica) partecipazione popolare è dovuta a due fattori fondamentali: il successo della diffusione del mito neoguelfo anche nei ceti conservatori e l'effettivo consenso del papa e dei sovrani alla Guerra d'Indipendenza. Tolti questi due elementi unificatori, il pur limitato consenso popolare degli italiani alla Rivoluzione sparisce, come la storia precedente e susseguente sta a dimostrare.

Ma la Prima Guerra d'Indipendenza fallì per due motivi: da un lato l'evidente atteggiamento espansionistico del Piemonte, dall'altro il contemporaneo attacco delle sette rivoluzionarie, che con gli sconvolgimenti di Roma, Napoli e Firenze fecero venire meno l'appoggio dei rispettivi sovrani alla causa comune, isolando Carlo Alberto. «È lecito pensare che la ragione per cui si volle mandare a monte il progetto neoguelfo facendo fallire miseramente l'unico vero momento unificante della storia degli italiani fosse il fatto che in quella primavera del 1848 si decise la "scelta di campo": se avesse vinto il progetto neoguelfo, sarebbe nata un'Italia confederativa cattolica e monarchica, decentrata e tradizionale, che avrebbe senz'altro riscosso il consenso massiccio delle popolazioni italiane (proprio ciò che mancava a Mazzini e settari vari), legate ai loro legittimi sovrani: insomma, la "vera Italia", "universale" in quanto cattolica, decentrata in quanto confederativa, monarchica e sacrale, opposta alla "Nuova Italia", voluta dalle élites rivoluzionarie. Occorreva assolutamente mandare a monte il progetto neoguelfo, a costo di far vincere l'Austria. E così fu fatto.

E' questo il momento in cui la storia italiana subisce la svolta più radicale, mai abbastanza approfondita dagli storici, con la definitiva trasformazione del "Risorgimento" in "Rivoluzione": la Rivoluzione Italiana, appunto, figlia della Francese. Infatti risorgimento indica un "sorgere di nuovo", ma cui si stava creando qualcosa che non c'era. Che il progetto sia nato al di sopra - e al di fuori - del cuore della popolazione lo si evince dalla famosa frase «L'Italia è fatta, restano a fare gli italiani» di Massimo d'Azeglio: un pensiero che rivela quanto l'Unità fosse stata voluta da una ristretta élite politica e sociale ed imposta ad una maggioranza che la sentiva come estranea. E ciò ancor più se si tiene conto di come tale Unità abbia avuto a base comune e collante per élites di diversa posizione (carbonari, massoni, mazziniani, garibaldini, cavourriani, etc.) non semplicemente l'anticlericalismo, ma l'odio alla Chiesa come istituzione universale.

Poiché, citando Helmuth von Moltke, «Non vi è critica più tagliente che la meticolosa narrazione dei fatti», Viglione dedica numerose pagine alla mera elencazione dei tentativi di sradicare la religione dall'animo degli Italiani: al di là della martellante propaganda con opere letterarie, teatrali, saggistiche, della campagna diffamatoria nei confronti del Papa e soprattutto dei Gesuiti, che con la rivista La Civiltà Cattolica (nata nel 1850) costituirono il più forte riferimento del fronte conservatore, l'autore riporta le leggi e le proposte che indicano chiaramente il disegno ateistico di cancellare la religione, anticipando di una ventina d'anni il Kulturkampf di Bismark. Dichiarazioni esplicite rese durante dibattiti parlamentari (ad esempio: "alla base della politica italiana deve esserci la guerra alla Chiesa cattolica") sono perfettamente integrate ad una legislazione che tendeva a stabilire quali dovessero essere gli orari e le modalità delle celebrazioni religiose e addirittura ad imporre il matrimonio agli ecclesiastici o a sostituire il Papa con un'assemblea di vescovi - naturalmente democraticamente eletti. Come si può comprendere, in presenza di una simile legislazione il motto cavourriano «Libera Chiesa in libero Stato» suona esclusivamente come una beffa.

Di fronte alla palese difficoltà di realizzare tale disegno, si cercò anche una protestantizzazione della Penisola, favorendo i culti non cattolici: il primo non militare che fece ingresso in Roma attraverso Porta Pia il 20 settembre 1870 (data scelta non a caso, ma di alta rilevanza massonica) fu un pastore valdese che portava un carretto di Bibbie protestanti (trascinato da un cane elegantemente chiamato «Pionòno»). Fu uno dei tentativi di risolvere il problema della Questione Romana. Già tre anni prima il deputato Andreotti aveva sentenziato: «Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione fatta a nome di tutti i culti contro il culto cattolico» (Atti Ufficiali della Camera, 3 luglio 1867, cit. a p. 169). Una posizione di alleanza con gli ambienti massonici internazionali, in particolare inglesi, presente fin dal 1848 (già allora Lord Palmerston si sarebbe detto convinto che alla caduta di Roma sarebbe seguita quella del Papato), che sostituirono l'odio alla religione in generale con l'odio verso il cattolicesimo in particolare.
La legge Rattazzi nel 1855 soppresse tutti gli ordini religiosi privi di utilità sociale, espropriò tutti i conventi a sfrattò tutti gli uomini e le donne al loro interno.

Una volta conquistata la Città Eterna, il problema non fu soltanto quello dei rapporti diplomatici con il Vaticano, ma anche quello di giustificare la presenza di uno Stato di modeste ambizioni in quello che poteva ancora essere considerato il centro del mondo. Nacque così il culto della nazione, che ebbe il suo punto di riferimento nel tempio laico del Vittoriano, l'Altare della Patria.

«E quale "patria" viene rappresentata? - scrive Viglione - Una "patria" che non conosce né Chiesa né cristianesimo.Come Augusto Del Noce rileva, il Risorgimento ha lanciato "la seconda religione della patria, nel senso della sua adorazione, della sua indebita elevazione a fine ultimo, in riferimento al quale ogni norma di condotta trovasse il suo significato e la sua giustificazione. La borghesia liberale, che non credeva più nel paradiso in Cielo e non condivideva (ancora) la speranza socialista del paradiso in terra, cercava nella religione della patria il surrogato della perduta fede nella religione rivelata.
E in effetti, se andate a informarvi su Wikipedia (patria del laicismo) sul Vittoriano c'è una sfilza di edifici abbattuti fra cui molti cattolici: strano!

Quindi uno degli elementi ideologici fondamentali della Rivoluzione Italiana fu l'anticlericalismo; talvolta violento come quello di chi, come il garibaldino Alberto Mario, uno dei Mille, plaudiva all'indegno attacco di alcuni facinorosi al corteo funebre di Pio IX (13 luglio 1881): «Applaudiamo a quei fischi, ma noi avremmo applaudito ancor più se le reliquie del grande sciocco [sic!] fossero state gettate dal Ponte Sant'Angelo nel Tevere»; talvolta mascherato dal desiderio di dare uguale spazio agli altri credi, ben sapendo come la Chiesa protestante sia per propria natura "nazionalizzabile" e, quindi, "addomesticabile"; talvolta ancora nascosto da Religione della Patria, che ebbe il suo naturale sbocco nei nazionalismi europei e in quello italiano in particolare, avendo con Benito Mussolini il più compiuto statista risorgimentale, capace di «congiungere in unico progetto politico eredità risorgimentale, istanze socialiste, mazziniane e garibaldine, e nazionalismo imperialista» Ad onta di quanto sostenuto dalla scuola crociana, Viglione dimostra la logica filiazione del movimento nazionalista dagli ideali risorgimentali, che hanno nella rivoluzione fascista il compimento di quella italiana; il tutto confermato da una frase dello stesso Mussolini: «il fascismo è il massimo esperimento della nostra storia nel fare gli italiani».


Un libro da mettere nel carrello dei desideri.

Vi avevo avvertito all'inizio che quello che avreste letto vi avrebbe dato fastidio: ovviamente solo a chi non accetta la verità e se ne sta nel suo oscurantismo laicista (da non confondere con la parola laico, con cui ha molto poco a che fare).


Concludo lasciandovi un video/intervista a uno storico italiano: Arrigo Petacco. L'intervista è breve e verte anche tu temi vicini, e mi spiace dia una visione molto fugace delle motivazioni alla base dell'unità (tema su cui invece l'articolo appena sopra si concentra), comunque rimane un buon completamento alla lettura (altrimenti non lo mettevo!).


Per approfondire:
- "Risorgimento" italiano: aspetti generali
- L’unità di Italia e la Massoneria 



P.S.
La Chiesa, corpo mistico di Cristo, non era neanche nata che già la volevano abortire e la vita nei millenni dopo non è mica stata più facile. Ma resiste, e la sua proposta è sempre la stessa: la salvezza dell'uomo e la vita eterna (ottenibile già qui sulla terra!). Ma questo è un altro discorso. Ci tenevo ad aggiungere questo post scriptum perché leggendo in una volta tutte queste cose che hanno fatto (o tentato di fare) contro la Chiesa, contro i cristiani tutti e in primi contro Dio potremmo farci prendere da sconforto ma ricordiamoci che Gesù ci segue passo passo :-)