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sabato 13 novembre 2010

Il computer e internet in mano ai ragazzi

Rapporto tra computer, internet, facebook, wikipedia, blog, cyberbullismo, videogiochi e molto altro e i ragazzi. In tutto questo cercherò di offrire degli spunti pratici agli educatori (insegnanti, genitori...)
Riprendo in parte il tema dell'articolo sull'amicizia attraverso internet, proponendo una riflessione più generale sull'uso delle nuove tecnologie. Fra l'altro dicendo "nuove tecnologie" prendo il punto di vista degli immigrati digitali. Coloro che con queste tecnologie ci sono nati (nativi digitali) non li sentirete mai chiamarle "nuove".
La differenza sta tutta in questo punto qua: sentire queste tecnologie parte integrante della propria vita. Gli immigrati al massimo vedono, ad esempio un cellulare touchscreen, come aiuto; a me piace collocarmi un po' in mezzo, dati i miei vent'anni! Un esempio banale: lavorando con il computer vi sarà probabilmente capitato di stampare il lavoro "per sicurezza", per paura di perderlo a causa di qualche guasto al computer. I nativi invece hanno un rapporto molto più tranquillo; intimo se vogliamo.
Il punto cruciale, come vedremo alla fine, è sporcarsi le mani e imparare a districarsi in quella che per molti è una giungla tecnologica. Non si può ad oggi, come alcuni siti ancora riportano, scrivere che il pericolo principale dei bambini è l'esposizione alle onde emesse dagli schermi della televisione: un bambino deve stare meno di due ore davanti all'apparecchio, poi deve fare pausa ecc ecc. Non che questo non sia più vero ma i veri problemi si insidiano altrove.




Suddivido per comodità in vari punti numerati.

  1. "Dov'è tuo figlio?" chiede una mamma ad un'altra "Ah è nella sua camera da solo" risponde tranquilla l'altra. Temo che "il figlio in camera da solo" possa essere una delle situazioni più diseducative per la crescita dei ragazzi. Considerato che mediamente quasi tutti hanno un computer in camera o comunque in una stanza isolata dalle altre (con il portatile poi si può stare ovunque!). Avere un computer significa avere internet (saltiamo per ora il tema videogiochi). Avere internet significa vivere davanti al pc un'esperienza totalizzante.
    Entrare su internet significa avere a portata di click letteralmente un mondo composto di tantissime cose, e tutto si fa contemporaneamente (il cosiddetto multi-tasking): studiare, scaricare, chattare, vedere video, sentire musica ecc. In questo senso totalizzante: questo fare più cose contemporaneamente ti porta a viverle in maniera superficiale, e quindi male. Ma soprattutto il tempo passa senza che se ne accorga, e arriva ora di cena che magari si deve ancora iniziare i compiti. Ad esempio su Facebook scorri la home page e ti ritrovi tutti i link, le frasi, le foto, commenti dei tuoi amici (quelli aggiunti su facebook ovviamente); cioé in neanche un minuto mi sono dato una letta a tutto quello che è stato scritto/caricato/pubblicato. Le vite degli altri diventano una vetrina da guardare alla svelta, se c'è qualcosa di interessante mi fermo altrimenti passo oltre. È un meccanismo diabolico. In questo caso è evidente come il multi-tasking possa portare alla completa superficialità.
  2. Davanti al computer cambiano i rapporti di potere: con i vecchi mezzi erano gli adulti che ne delimitavano l'uso. Ora invece il ragazzino/a li usa in piena autonomia e spesso fuori controllo (come dicevo prima, senza genitori in giro). Il genitore che vorrebbe far qualcosa a volte è già tanto se lo sa accendere, il computer. Bloccarne l'uso spesso non porta a nulla, perché li porta ad andare dagli amici che hanno lo stesso strumento (il computer ad esempio).
  3. Entriamo nel vivo degli strumenti usati: i social network (potevano mancare? Ormai c'hanno fatto su pure il film). Avevo già trattato questo tema circa le amicizie in questo precedente articolo.
    L'indeterminatezza comunicativa. Dietro questo parolone ci sta l'incredulità di tanti adulti di come tanti ragazzi condividono informazioni personali con altri che non conoscono o che hanno "conosciuto" in rete, oppure rendendole direttamente pubbliche. Perfino le amicizie online possono venir equiparate a quelle offline (reali).
    Eppure non dobbiamo sorprenderci, urge agire. Fa parte della loro vita questa indeterminatezza comunicativa, nel senso che sono nati con uno strumento (facebook ad esempio) che non prevede di conoscere per forza l'altro. Anzi, paradossalmente, proprio il non conoscere l'altro (soprattutto il non avercelo davanti) mi aiuta ad aprirmi (almeno inizialmente). Non viene vissuto come un limite ma come un'opportunità. Come questo sia vero lo si nota anche dalla mole di sms scambiati quotidianamente dai ragazzini, e non saper poi affrontare una conversazione faccia a faccia. Via sms è tutto più facile, posso risponderti adesso come fra un'ora, senza per questo creare quei silenzi imbarazzanti che ci sono in una conversazione.
  4. Superamento della demarcazione pubblico/privato: per i ragazzini facebook non è un sito come un altro. È un luogo, seppur virtuale, che fa parte della loro vita. Equivale in tutto e per tutto al trovarsi con gli amici per fare due chiacchiere. Facebook viene usato anche dagli adulti, ma poniamo l'attenzione sul come viene usato e/o concepito. Ad esempio viene usato per per fare campagne pubblicitarie, mandarsi messaggi al posto delle email ecc. Ok, anche per chattare o condividere link divertenti, ma sono per lo più un passatempo. Con le dovute eccezzioni naturalmente.
    I ragazzini invece "sono" facebook e mettono cose che non dovrebbero mai mettere, ad esempio la situazione sentimentale e il rapporto con i genitori. Sono le due informazioni principali che usano gli adulti per adescarli. La privacy non è un problema, perché per loro facebook è un luogo familiare e quindi condividono senza problemi.
  5. Costruzione di identità plurime: ognuno può assumere in rete un'identità diversa da quella reale. Chi infatti può verificare che dietro un profilo ci sia veramente quella persona? Alcuni ragazzi/e hanno perfino un profilo "istituzionale" da mostrare ai genitori che così sono tranquilli e uno in cui fanno quello che vogliono.
    Il problema di avere più identità virtuali è quello di deresponsabilizzare gli atti commessi da quelle identità. Attenzione: quegli atti li ha fatti un'identità che non sono io, e una volta spento il computer tutto finisce. Intuire come questo atteggiamento sia pericoloso è facile. Il nostro compito in quanto educatori è aiutare i ragazzi a riportare queste identità all’unitarietà. Non dobbiamo impedirgli di crearle ma aiutarli a identificarsi con esse ed evitare che ci sia de-responsabilizzazione degli atti commessi. Fa parte della crescita assumere delle identità diverse. In fondo a tutti è capitato da bambini di immaginarci qualcun altro (ad esempio in un gioco) o di emulare qualche personaggio di un libro (ammesso che ne leggiamo uno!).
    Su Second Life ognuno si può creare l’avatar ideale, l’uomo che vuole o la donna che ha sempre sognato. Ci sono negozi virtuali che vendono (con soldi reali) attributi sessuali "super" da aggiungere al proprio avatar: provate ad immaginare quali vanno per la maggiore?. Questo a livello psicologico è eccitante, soprattutto per un ragazzo.
  6. Superamento della fonte autorevole: fare una ricerca è sinonimo, molto spesso, di andare su Wikipedia ed eventualmente su altri siti per completare. Wikipedia però non è un'enciclopedia in senso stretto (cartacea per capirsi) ma è libera. Con tutti i suoi pro e i suoi contro. Libera vuole dire che ognuno può apportare il suo contributo, qualunque esso sia. Certo ci sono persone che controllano e cercano di verificare ma è utopia (ad oggi) considerare questo tipo di enciclopedie online al pari di quelle cartacee. E lo scrivo io che su Wikipedia ci bazzico ogni tanto (e non solo per fare ricerche). Il libro stampato ti da in linea di massima una sicurezza intrinseca che ciò che c'è scritto è stato verificato.
    In rete si trova tutto il contrario di tutto. Certo, questo può aiutare a sviluppare una coscienza critica però di fatto viene a cadere l'adulto (dall'insegnante al genitore) come unica fonte autorevole di informazioni a cui chiedere le cose: semmai si chiede al più "affidabile" papà Google.
  7. Volevo ora parlarvi di un fenomeno forse poco conosciuto: i blog/forum pro-ana e pro-mia. Ana sta per anoressia e Mia per bulimia. La facilità di aprire blog e forum ha fatto crescere esponenzialmente questo fenomeno, fino a poco tempo fa impensabile. I siti web Pro Anoressia, conosciuti anche come siti Pro-Ana, sembrano nascere negli USA, negli anni 1998/1999, espandendosi poi al continente europeo toccando per primi Stati come Inghilterra, Francia e Spagna.
    In Italia, sembrano giungere solo negli anni 2002/2003. Il primo sviluppo dei siti web Pro Anoressia si è registrato con la realizzazione di blog (diari on-line). Una caratteristica peculiare, e tecnica, dei siti web Pro Anoressia, è l’impossibilità di monitorarne la nascita e l’evoluzione, a causa della velocità con cui vengono chiusi e ricreati, rendendo inoltre inefficace un’azione repressiva.
    Si tratta di siti web che inneggiano al ben noto disturbo alimentare, insegnando alle pazienti come boicottare le strategie degli specialisti (psicologi e dietologi in primis), come mentire meglio alle persone che ci sono intorno e soprattutto come affrontare i sintomi da digiuno. In questi siti sono presenti articoli con diete per sostenere un peso enormemente al di sotto di quello salutare, come pure un elenco aggiornato di farmaci per mantenere i "risultati" del digiuno e contrastare il desiderio di mangiare. I siti web Pro Anoressia italiani, ma non solo, si sviluppano in due categoria parallele: il blog e il forum. Si scambiano trucchi per non mangiare, trucchi per vomitare meglio, scuse da raccontare per far credere che hanno già mangiato, informazioni sulle calorie, sui cibi meno pesanti, e tante, tante foto di modelle e ragazze magre, magrissime: scheletriche... le cosiddette "Thinspirations" (Thin = magro + Inspirations = ispirazioni). Quello che colpisce è il senso molto forte di comunità e di intimità che c'è nei messaggi che si mandano, per il solo fatto di condividere questo problema stile di vita. Per chi volesse leggere il "decalogo ana", "Lettera da Ana" e "Lettera da Mia" clicchi qui (vi avverto, il contenuto è fortino).
  8. Senso di comunità legato al fatto di condividere una sola cosa. Ci sono blog/siti/forum che inneggiano al razzismo, all'omofobia, alla violenza, all'odio, al suicidio ecc. oltre ai pro-ana e pro-mia come dicevo prima. Uno dei punti che hanno in comune è il senso di comunità che si crea fra i membri, che si rispondono come se si conoscessero da sempre.
    Un esempio fuori contesto per capire: siamo su un forum di videogiochi; l'accesso al sito del videogioco è vietato ai minori di 18 anni; sul relativo forum un utente scrive che stupidamente ha messo la data di nascita giusta e ora, anche mettendo una data falsa per farsi risultare maggiorenne, il sito non lo fa più entrare. In sostanza chiede come poter entrare. E giù risposte e tentativi fallimentari, ma alla fine il quattordicenne riesce ad entrare. Questo per dire: ma chi glielo ha fatto fare a tutta quella gente di aiutarlo? Al di là dell'illegalità del gesto. Persone che magari conoscendosi di persona si odierebbero, chissà. Eppure per l'unico motivo che sono tutti appassionati di questo videogioco si aiutano e si confrontano. Poi vabbé, come in tutti i forum c'è il cosiddetto "bar" dove si può parlare di tutti. Di solito vengono fuori qui le antipatie o le simpatie per un determinato utente.
  9. Ma come si fa (punti 7 e 8) a creare un senso di comunità così forte? Perché tutti condividono lo stesso obiettivo, non devono stare a negoziare o rispondere a chi mi vuole far cambiare idea. È attraente non avere nessun contraddittorio, è tutto più semplice. Soprattutto in una fase dello sviluppo adolescenziale in cui l’adulto viene visto come quello che non capisce i problemi che si passano. Quindi partecipare a queste comunità ti da un senso di sicurezza e felicità. Fra l’altro chi è in queste comunità spesso condivide solo un aspetto (odio contro i neri, voler essere magri...) mentre non si conoscono per altri aspetti. Queste comunità crescono perché creare un sito o un blog è diventato facilissimo. Inoltre gli adulti non pensano sia un problema così grave o diffuso perché non conoscono questi fenomeni. Occorre vigilare sui figli quando sono su internet! Non mi stancherò mai di dirlo. In futuro penso farò un articolo con alcuni metodi per farlo.
  10. Il cyberbullismo: di virtuale ha ben poco, i danni sono reali. Alcune tipologie sono: cyberstalking (via chat, via email ecc.), diffamazioni online, flaming, outing (in generale la diffusione di informazioni personali e riservate), ostracismo sociale, masquerade (furto d’identità: ragazzi che si trovano profili su di loro creati da anonimi; questi attacchi sono difficilmente controllabili o bloccabili) e videoposting (caricare filmati di scene brutte; ad esempio qualche tempo fa aveva fatto scalpore il video di due studentesse udinesi che si picchiavano selvaggiamente, il tutto caricato pubblicamente su youtube).
    Cambiare scuola o rifugiarsi in casa non sono più vie percorribili, perché quello (la cosa in rete) continua a fare i suoi danni. Il cyber bullismo è semplice: a volte non vedo neanche la vittima quindi non mi crea tanti problemi, mi metto li sul computer mezz’ora e ho fatto tutto. Chi subisce queste violenze non può neanche sapere chi è l'aggressore, e la fiducia verso gli altri cala e si inizia a dubitare di tutti. Quelli che mi stanno attorno, soprattutto quelli che mi stavano già antipatici, diventano possibili colpevoli.
    Operativamente abbiamo qualche strumento per combattere questo fenomeno? La mia risposta è pochi: fare prevenzione e informazione funziona fino ad un certo punto, bloccare le pagine o siti incriminati è una battaglia infinita per una struttura come Internet. La soluzione, secondo me, sono i genitori. I quali però sono un problema a livello educativo se non li sanno fare, ma questo discorso sembra destinato alle calende greche giacché oggi è già difficile parlare di famiglia: figuriamoci insegnare come fare i genitori.

In generale gli adulti si devono sporcare le mani, ed entrare in questo mondo. È inutile bloccare, perché alla lunga non funziona. Perdiamo se continuiamo a dire che li è male andarci, perché loro lo vedono come un mondo bello e sociale e quindi il divario si allargherebbe sempre più.
Dobbiamo renderci conto che i ragazzi (i nativi) non vedono queste tecnologie come le vediamo noi.
Se non sapete da dove iniziare, iniziate a pregare per loro.

Link per approfondire:
- Un nuovo vizio al tempo di facebook: la spudoratezza
- Internet, i minori sono fuori controllo: uno su dieci pubblica foto sexy online